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11/04/2008
"La strada" di Cormac McCarthy (2006- 2007)

Libri - recensioni
Cormac McCarthy
"La strada" (2006 - 2007)
ed. Einaudi
pp. 218 € 16,80

Il mondo post-apocalittico tradizionalmente gode (si fa per dire), in letteratura, in televisione e al cinema, di discreta considerazione, con forme espressive e risultati qualitativi assai differenti. La tematica del mondo distrutto da un olocausto di varia natura è una delle questioni più care alla fantascienza e uno degli spunti più abusati dall'immaginario narrativo e visivo.

Non è necessaria un'eccessiva fantasia per ipotizzarne le forme, d'altronde chi ci ha provato ha di solito rispettato una serie di canoni che si ripetono anche banalmente: paesaggi sterili, forme di vita quasi del tutto estinte e i sopravissuti del genere umano che crudelmente mettono in atto, nel modo più prosaico ed efferato, la concezione di hobbesiana memoria di "homo homini lupus".

Questo, per premettere che la materia scelta da Cormac McCarthy non era certo particolarmente originale e quindi, le probabilità di cadere nel già scritto e nei luoghi comuni annessi, erano abbastanza alte. McCarthy arriva infatti alla prova, quando nei decenni scorsi è stato preceduto da scrittori del calibro di Ballard e Matheson, che le possibili varianti catastrofiche hanno passato al setaccio con geniale meticolosità.

Eppure, McCarthy non solo si smarca elegantemente da tutti i possibili ostacoli e rischi, ma realizza un indiscutibile capolavoro. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare, il romanzo, ha una sua potenza evocativa, che difficilmente potrebbe far pensare ad altre opere sul genere.

E' vero che lo scrittore fa suoi molti degli ingredienti catastrofisti, compresi alcuni richiami cinematografici (si pensi per esempio ad alcune suggestioni che fanno salire alla mente i vari "Interceptor"). Alla fine, però, il post-apocalittico viene comunque trattato senza tralasciare alcun particolare logico e senza giocare troppo sul sensazionalismo, con realismo e verosimiglianza scioccanti.

Persino lo stile e la scrittura si incarnano per intero nella tragedia che stanno vivendo i personaggi, tale da rendere la forma scritta un unicum con il racconto.
Si prendano per esempio i dialoghi privi di punteggiatura, scarni ed essenziali, che vanno ad integrarsi con il resto del testo, rendendo ancor più vivido il senso di desolazione, di disperazione, di vuoto. Così come l'essenzialità dei paragrafi a volte anche brevi e brevissimi, con la fredda spaziatura, comunica l'impressione chiara, netta dell'impossibilità di vivere una realtà diversa da quella data.

L'assenza di capitoli, sia numerati che intitolati, la quasi totale assenza di nomi geografici, i protagonisti chiamati solo come "l'uomo" e il "bambino", il mondo e i luoghi anonimi, appiattiti dalla desolazione circostante, sono fattori che completano la notevole forza descrittiva di McCarthy che con poche frasi, fa trovare il lettore immerso in quell'universo dominato dal nero e dal grigio, impregnato di fango, cenere e morte. Quasi un fluire incontrastato di un sordo, funereo rumore di fondo.

In mezzo a tutto questo, una piccola ma potente luce. La luce dell'amore tra il padre e il figlio, quasi assoluti protagonisti del libro. Di un uomo che sfida oltre ogni logica la morte, per proteggere e far sopravvivere il figlio in un mondo fosco e crudele. Ma soprattutto la luce simbolica del "portare il fuoco", quell'espressione che spesso il bambino ricorda al padre e che non è legata solo ad un paragone preistorico, ma soprattutto al fatto che la luce e il calore del fuoco tengono viva la speranza.

Speranza, per dei versi assolutamente insensata, ma che salva i due dal degrado disumano di doversi riscoprire bestie, come molti dei "cattivi" indicati come tali dal bambino. Un'irriducibile speranza nella "bontà", che ci svela un McCarthy profondo umanista, che lo allontana per un attimo, nonostante la crudezza, da Ballard e da Matheson e lo avvicina più di quanto si creda all'altro crudo umanista Lansdale, a cui spesso viene paragonato.

postato da: cassiel alle ore 13:04 | Permalink | Un commento
categoria:Libri
04/04/2008
"Le sirene di Baghdad" di Yasmina Khadra (2007)

Recensioni - libri
Yasmina Khadra
"Le sirene di Baghdad" (2007)
ed. Mondadori
pp. 278 € 15,50

Un romanzo di formazione è qualcosa che ha alla base una certa definizione, di norma molto generica. Può cambiare di volta in volta a secondo della storia e della sensibilità dello scrittore, ma non ci sono regole fisse. E' la storia della formazione di un giovane o più giovani a prepararsi ad affrontare il mondo (possono essere bambini o ragazzi che dir si voglia). Ma alla fine non importa se questa formazione sia negativa o positiva, l'importante è che avvenga.

"Le sirene di Baghdad", in fondo, non è altro che un romanzo di formazione, tragico e segnato dalla disperazione, lontano mille miglia da quello che molti credono sia il romanzo di formazione per eccellenza, quel "Giovane Holden", che ha strabiliato (secondo chi scrive ingiustamente) diverse generazioni di lettori.

Ma anche qui siamo di fronte ad una fuga, ad una fuga nella quale il giovane protagonista, voce narrante del romanzo, intravede una soluzione per la sua redenzione, un obiettivo che lo allontani dalle radici, oramai perdute per sempre. Un viaggio verso l'ignoto, con l'illusione che lo possa sollevare dalla sua colpevole inattività e che possa restituire un senso alla sua vita, alle sue radici e alla sua cultura.

Yasmina Khadra, forse il più completo conoscitore, nel campo della narrativa, del mondo islamico, continua anche lui il suo personale viaggio in quest'area enorme, e checché se ne dica, dalle diverse peculiarità. Un mondo in fermento, ma martoriato da molteplici conflitti e molteplici interessi, che hanno soprattutto la faccia dell'Occidente, ma non solo.

Lo scrittore algerino si muove sull'orlo di un baratro, fedele alla sua scrittura, molto cruda, ma intrisa di un lirismo unico. Lo fa senza inutili piagnistei terzomondisti e senza forzare la sua prosa verso una poetica del povero selvaggio che ha scarsa attinenza con la realtà. Racconta un mondo evitando compromessi e scorciatoie, sia in un senso, che in un altro. Per cui alla fine risulta indigesto ai più e tutt'altro che consolatorio.

Stavolta, tocca all'Iraq dei nostri giorni. Un Iraq per il quale, lo scrittore ha uno sguardo chiaro, come chiara e lineare è la storia che ci racconta. Una lettura politica netta e senza compromessi, ma quello che rende questo romanzo geniale, è appunto l'onestà della posizione di Khadra, molto difficile da poter sostenere, in un mondo in bianco e nero, nel quale il conflitto di civiltà imperante vorrebbe imporre a tutti di fare una scelta di campo.

Lo scrittore algerino però coglie perfettametne le contraddizioni e fa raccontare la storia ad un personaggio il cui punto di vista non è lo stesso dell'autore, anche se a tratti coincide col suo: un'operazione davvero notevole di identificazione e critica, che pochi scrittori riescono a mettere in atto, soprattuto quando si tratta di questioni politiche. Il risultato è un'opera dalla forte impronta kafkiana.

In questo potente gioco narrativo, viene quindi posta una questione non di semplice soluzione, molto delicata: la posizione degli intellettuali esuli, accolti in un mondo che non è il loro, ma che lo diventa nel momento in cui si accorgono che la realtà non è così facilmente interpretabile da poter essere risolta attraverso automatiche semplificazioni.

Pur restando del tutto integro il senso critico dello scrittore nei confronti degli interessi politici ed economici che stanno devastando un mondo e una cultura, e questo avviene in maniera dura e senza sconti, Khadra si rifiuta di prendere parte attiva, anche solo con le parole, ad una guerra senza sbocchi e dalle mille contraddizioni.

Nello stesso tempo però non accetta, con ancora più forte determinazione, di diventare il "buon negro" del mondo occidentale. E' un esule, un uomo senza terra e senza patria, come la Satrapi. Donne e uomini, che non operano nessuna opportunistica confessione di pentimento, che appartengono all'umanità e che hanno l'opportunità più di altri di sapere quello che sta avvenendo in questo nostro tempo devastato e vile.

postato da: cassiel alle ore 10:49 | Permalink | 2 commenti
categoria:Libri
31/03/2008
"Persepolis" di Marjane Satrapi

Fumetti e graphic novels - recensioni
Marjane Satrapi
"Persepolis" (2000 - 2007)
ed. Lizard
pp. 352 - € 22,50

L'opera madre da cui è stato tratto il fortunato film di animazione, che tanto successo sta avendo in questo periodo, è una delle opere letterarie più importanti degli ultimi dieci anni. Una graphic novel che tutti dovrebbero leggere, soprattutto per l'enorme valore storico di cui è portatrice. Un pezzo di storia lungo quindici anni che a noi occidentali è stato per lo più raccontato in modo assai diverso, quando è stato raccontato.

"Persepolis" è un fumetto semplice, quasi naif, dalle linee grafiche essenziali, giocato tutto sulle alternanze di bianco e nero. Questo a simboleggiare un universo senza colori, che vive di forti contrasti, visto che è spesso ridotto ad una vuota semplificazione totalitaria. Ma la personalità indomita e viva di Marjane ha la capacità di colorare con l'immaginazione quei vuoti esistenziali, e allora in quei momenti dimentichiamo di avere di fronte quasi solo due colori e veniamo catapultati nel mondo delle sensazioni, delle emozioni, delle speranze e dei sentimenti assai vivaci e colorati della protagonista.

"Persepolis" è anche un romanzo di formazione. L'autobiografia, infatti, parte da Marjane bambina di dieci anni, fino ad arrivare a lei donna compiuta di venticinque.
Un'opera che attraversa le sofferenze di un paese e più o meno indirettamente i conflitti di un'area geografica e culturale, spazzando via luoghi comuni e disegnando invece contraddizioni e aspirazioni, che solo una protagonista di quegli eventi può aver vissuto ed è legittimata a raccontare fino in fondo.

Ma questo è anche il diario personale di una bambina, poi adolescente, ragazza e infine donna. Quindi il punto di vista cambia e cambia gradatamente anche lo sguardo stesso. Leggere "Persepolis" è un po' come crescere insieme alla Satrapi e attraversare con lei drammi epocali e personali. La genialità dell'autrice sta proprio in questo suo raccontarsi, che dolcemente, ma anche con energia, passa dal tragico all'ironico senza mai snaturare il senso e la coerenza della narrazione.

Un libro splendido, forte, generoso, divertente e drammatico, che passa in rassegna fatti e personaggi storici partendo dal 1979, anno in cui l'Iran era sotto il dominio dispotico di Reza Palhevi, lo scià di Persia, abbattuto da una rivoluzione popolare, rivoluzione che poi viene trasformata in un colpo di stato dagli integralisti islamici. Marjane così vede morire persone care: amici e parenti, sotto entrambi i regimi, e cresce nell'atmosfera oppressiva e repressiva del totalitarismo religioso.

Conosce il conflitto lungo e sanguinosissimo con l'Iraq, guerra istigata dall'occidente stesso. Conosce i bombardamenti costanti sul suo paese e sulla sua città, Teheran. Viene a contatto ancora con la morte di moltissime persone care. Ma tutto questo non scalfisce la sua voglia di vivere e di sperimentare con entusiasmo esperienze anche come donna.
E' infatti questo l'altro punto cruciale di "Persepolis": il raccontare e descrivere la sua identità femminile, i conflitti e le discriminazioni del mondo maschile, e la consapevolezza che questi conflitti restano tali anche a prescindere dalla latitudine e dalla cultura.

L'ultimo motivo portante è il rapporto conflittuale con l'occidente, quell'occidente che Marjane conosce in due momenti diversi della sua esistenza, quell'occidente che alla fine accetta come esilio definitivo, ma non come rifugio, e che la porta ad affrontare il destino di molti come lei: donne e uomini senza più una patria, se non quella ideale delle proprie origini, ma che non esiste più nella realtà e che va ricostruita innanzitutto dentro di sé.

postato da: cassiel alle ore 10:19 | Permalink | 2 commenti
categoria:Fumetti e Graphic Novels
16/03/2008
"Eretici ed eresie medievali" di Grado G. Merlo (1989)

Libri - recensioni
Grado G. Merlo
"Eretici ed eresie medievali" (1989)
ed. Il Mulino
pp. 145 - € 10,50

Grado G. Merlo è uno dei maggiori esperti italiani di Storia della Chiesa medievale. Questo piccolo manuale, nonostante la sinteticità, ma forse prorprio grazie ad essa, si rivela qualcosa di essenziale per la comprensione e lo studio di una materia più complessa di quanto in apparenza può apparire.

L'autore porta infatti a termine un lavoro di notevole difficoltà, sistematizzando e cercando di delineare razionalmente quelle eresie che hanno caratterizzato un periodo storico ben preciso, periodo che va dalla metà dell'XI secolo fino al 1307. Non è un caso che la scelta cada appunto su questo lasso di tempo. E' infatti, dall'inizio della Riforma cattolica, che poi assunse il nome di gregoriana, alla fine dell'utopia dolciniana che i movimenti eterodossi e pauperistici assunsero quel ruolo di grande cambiamento per la cristianità e la società medievale.

Merlo dedica ad ogni eresia un capitolo, lasciando sempre aperto lo sviluppo della trattazione, e senza porre la parola fine ad una ricerca che ancora oggi si arricchisce di nuove interpretazioni e scoperte. Non si può in effetti non tenere conto che il manuale è stato scritto quasi vent'anni fa e da allora nella medievistica, come d'altronde qualasiasi altro settore della conoscenza storica, si sono fatte strada nuove teorie.

L'autore è consapevole di ciò e ricorda più volte nelle pagine del libro che la complessità e la contraddizioni insite nella materia pongono problemi considerevoli allo studio e alla sua sistemazione razionale e logica. Ma, nonostante questo, lo studioso riesce più che efficacemente ad esporre una trattazione limpida, lineare e di semplice fruizione.

"Eretici ed eresie medievali" si rivela appunto per quello che era negli intendimenti di Merlo: un manuale sintetico che offre una panorama generale, ma nel contempo preciso, di un fenomano storico affatto marginale, ponendosi come base iniziale per successivi approfondimenti. Proprio per questo l'appendice de volume è dedicata alla bibliografia, strutturata e divisa alla stesso modo dei singoli capitoli, in modo tale da fornire indicazioni, ancora una volta, precise e fruibili a chi volesse continuare nello studio e nell'approfondimento.

postato da: cassiel alle ore 19:44 | Permalink | 2 commenti
categoria:Libri
04/03/2008
"Universo" di Robert Anson Heinlein

Libri - recensioni
Robert Anson Heinlein
"Universo" (1941 - 1963 - 2006)
ec. Oscar Mondadori
pp. 175 € 8,40

Avvicinarsi oggi ad un classico della fantascienza scritto cinquanta, sessanta anni fa o più, vuol dire avere innanzitutto capacità di contestualizzarne la portata e l'effetto. E' sciocco pretendere di leggerlo avendo in mente standard comparativi con opere attuali. Questo, innanzitutto, perché sono assai mutate le conoscenze scientifiche e l'approccio culturale e poi, cosa non da meno, certe idee, prima di averle alcuni autori, non le aveva avute ancora nessuno.

"Universo", primo capolavoro in ordine di tempo scritto da Heinlein, fu prima pubblicato in due parti dalla rivista specializzata "Astounding" nel 1941 e poi in forma di romanzo nel 1963. La versione che Mondadori ha ristampato nel 2006 gode di revisione e aggiunte nella traduzione, rispetto alla vecchia edizione Urania del 1965.

Detto questo, è bene evidenziare che, anche ad occhi meno attenti, "Universo" apparirà come un'opera del tutto geniale, contenedo non solo già molte delle tematiche care ad Heinlein, ma anche per la capacità di sintesi letteraria, di ritmo e di sense of wonder, che hanno reso questo romanzo un vero e proprio gioiello.

Non deve trarre in inganno la presunta ingenuità espositva e la facilità con cui sono risolte molte situazioni narrative. I protagonisti del romanzo, un'umanità regredita ad uno stadio quasi fanciullesco, non riescono ad andare oltre le idee di una grezza supersitizione o di un semplicistico razionalismo. Quindi, in qualche modo è naturale e ancora geniale che lo scrittore adatti la narrazione al punto di vista dei protagonisti.

L'idea di un'astronave gigantesca che occupa un intero "universo" conosciuto, permette ad Heinlein di speculare sulle resitenze culturali che l'umanità in genere frappone alla conoscenza e alla conseguente libertà di pensiero. Identifica nelle stupide superstizioni religiose da una parte, e nell'ottuso razionalismo dall'altra, i nemici maggiori del progresso.

La dimensione letteraria di Heinlein, già da questo romanzo, si muove in maniera contraddittoria, tra sciovinismo e progressismo, mito dell'eroe individuale e militarizzazione collettiva, libertarismo, conservatorismo e scientismo. Ma queste contraddizioni, irriducibili l'una all'altra, per quanto riguarda l'approccio ideologico dell'autore, sono quelle che hanno fondamentalmente contribuito a creare un modello letterario unico e irripetibile.

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categoria:Libri
01/03/2008
"L'ussaro" di Arturo Pérez-Reverte
Libri-recensioni
Arturo Pérez-Reverte
"L'ussaro" (1983-2005-2006)
ed. Tropea
pp.213 € 16,00

Arturo Pérez-Reverte scrisse "L'ussaro", suo primo romanzo, nel 1983, quando era corrispondente di guerra e lo scrisse tra due reportage. Ha recuperato questo romanzo nel 2005, riscrivendone diverse parti, per poi ripubblicarlo.
E' naturale, quindi, che la scrittura risenta della sua esperienza da giornalista di guerra ed è importante, anzi, che tale esperienza sia riuscita a sedimentare nello scrittore alcune idee di fondo che in questa storia trovano compiuta realizzazione.

"L'ussaro" appare innanzitutto come un grande affresco storico, nel quale le suggestioni descrittive richiamano alla mente immagini alquanto vivide, portando davanti agli occhi del lettore scenari e colori di una precisione magistrale.
Non sappiamo quanto lo scrittore abbia revisionato rispetto alla vecchia stesura, ma possiamo immaginare che la sostanza della storia sia stata quella sin dall'inizio, rivelando da subito il grande scrittore che sarebbe seguito con gli anni.

Ma "L'ussaro" non è solo un grande esercizio di stile, è un'opera costruita, con notevole impegno, attorno all'essenza ultima della guerra, di tutte le guerre. Un apologo esemplare sull'illusione di idea romantica della guerra. E la minuziosa struttura dell'opera, il ritmo incalzante, la cronaca in diretta degli avvenimenti, i dialoghi essenziali ed evocativi, tendono tutti al medesimo punto:  verso un crescendo, dove, a mano a mano, tutto si sfalda e si lacera fino ad arrivare alle porte dell'inferno.

La guerra non è Gloria, Patria, Dio e Amore, la guerra è sangue, fango e merda. Tutte le guerre, a prescindere dal contesto storico e geografico. E non deve sorprendere che Pérez-Reverte, inviato di guerra contemporaneo, scelga per il suo romanzo un contesto tanto diverso: una guerra europea combattuta all'inizio del XIX secolo in nome dell'impero napolenico. Lo scrittore con questa scelta intende sottolineare ancor più intensamente che non esistono e non sono mai esistite guerre giuste, soprattutto quando sono gli interessi imperialisti ad esserne il motore maggiore.

Le pagine de "L'ussaro", poi, assumono un valore impressionante, soprattutto quando vengono stigmatizzate le tecniche ideologiche di formazione del consenso. Il nemico è sempre crudele, sporco, incivile e arretrato culturalmente. In poche parole: degno della sua fine, quella di essere dominato da chi è più civile. Tecniche proprie di ogni "scontro di civiltà".
L'esercito di Bonaparte pretendeva di portare il "progresso" al resto dell'Europa barbara e superstiziosa; quelli occidentali, oggi, pretendono di esportare la "democrazia" nel resto del mondo. Il fine ultimo rimane lo stesso: il potere e il controllo delle risorse economiche.
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categoria:Libri
26/02/2008
"Buona Apocalisse a tutti!" di Terry Pratchett e Neil Gaiman
Libri - recensioni

Terry Pratchett e Neil Gaiman
"Buona Apocalisse a tutti!" (1990 - 2007)
trad. di Luca Fusari
ed. Mondadori "Strade Blu"
pp. 381 - € 16,00

Si può facilmente comprendere, leggendo questo romanzo, il motivo per cui Terry Gilliam intendesse trarci un film. Purtroppo il suo progetto, come quello su Don Chisciotte, è abortito, fallito tra le pieghe di indisponibilità finanziarie e forse qualcos altro. Resta l'amaro in bocca, in effetti Gilliam era il regista giusto per una follia di questo tipo, tanto folle e visionaria da rientrare perfettamente nelle corde del'ex Monty Python.

Ero davvero stupito dal fatto che questo libro del 1990 (è bene ricordarlo, qualcuno infatti potrebbe credere che siano stati gli autori a copiare molte delle idee ivi contenute, mentre è invece vero il contrario), non fosse stato ancora tradotto e pubblicato in Italia. Ci son voluti ben diciassette anni, misteri dell'editoria italiana.

"Good Omens" è il titolo originario, che, a ben vedere, sarebbe stato meglio conservare, anche se il titolo scelto dalla Mondadori non è poi così osceno. Accade di peggio.
L'incontro tra due menti fantasiose, esplosive, ironiche, visionarie e del tutto britanniche, come quelle di Gaiman e Pratchett è da cosiderare più che un evento: era quasi naturale che si incontrassero e che ciò avvenisse mediante un racconto di questo tipo.

La fine del mondo, la profezie, i demoni, gli angeli e tutto il resto, è un terreno di mediazione quasi scontato per i due, per i quali fiaba, mito, metafora e leggerezza sono pane quotidiano. Scherzare con gli dei è quindi d'obbligo.
A tratti sembra facile riuscire a riscontrare il differente contributo apportato alla prosa, ma poi tutto si amalgama molto bene e ci si diverte un mondo.

E' proprio il divertimento l'essenza ultima di "Buon Apocalisse a tutti!". Un divertimento che scaturisce da una visione limpida e cristallina del mondo e delle sue stranezze; una leggerezza che non è mai superficialità e che alla fine riesce anche a commuovere, senza necessitare di troppi ingredienti.

Una fiaba ecologista, antiapocalittica e antimoralista, dove il male e il bene sono solo due speculari atteggiamenti, che spesso finiscono per confondersi. Una metafora sul libero arbitrio umano e sulla vitalità della natura, che vengono esaltati dai due autori con spirito adorabilmente dionisiaco.
Varrebbe la pena spendere più che qualche parola anche per i personaggi, ma, come è costume di questo blog, evito, perché dovrei addentrarmi troppo nella trama.

Ne cito solo due: il diavolo Crowley e l'angelo Azraphel, veri protagonisti del romanzo. Due personaggi davvero memorabili. E ancora mi sto chiedendo quali dei due è Pratchett e quale è invece Gaiman. Ma non credo sia facile venirne a capo. Anche perché entrambi contengono aspetti inscindibili dei due scrittori.

Ma son sicuro che questo ironico interrogativo non risponde solo ad una mia suggestione, ma è uno scherzo nello scherzo che i due hanno voluto tendere ai propri lettori. Come quello dell'allegoria del mondo fantastico, eppure così terreno e reale, plasmato da Terry e Neil (angelo e diavolo o diavolo e angelo), dove è meravigliosamente umano poter vivere.
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categoria:Libri
13/02/2008
"Cherudek" di Valerio Evangelisti
Libri - riletture

Valerio Evangelisti
"Cherudek"
ed. Mondadori € 9.40

Rileggere i romanzi del ciclo dell'Inquisitore è un'esperienza in qualche modo catartica; mistica, oserei dire, se non corressi il pericolo di essere frainteso.

Rileggere Cherudek è un'esperienza ancora più intensa. Questo è il romanzo che da buona parte della critica e dei lettori viene da sempre indicato come il migliore di Evangelisti, o quantomeno il migliore del ciclo eymerichiano.

Ora, a me non interessa stabilire se ciò possa corrispondere alla mia visione delle cose. Mi basta pensare che Cherudek è una delle opere centrali delle letteratura italiana degli ultimi venti anni. Non è affatto un'esagerazione e basterebbe avere un approccio alle sue pagine senza condizionamenti di "genere" per capirlo.

"Cherudek" è l'opera sull'Inquisitore dell'equilibrio perfetto (potremmo anche speculare sul fatto che sia la quinta su nove). Le sequenze medievali e il piano temporale si trovano non solo ad avere una sorta di pari opportunità di trattazione, ma anche ad interagire direttamente, costruendo un meccanismo di circolarità spaziale e temporale davvero unico.

Un caso particolare, quindi, nell'ambito di una storia che finora dura da nove capitoli. Tanto particolare che la sua centralità, non solo numerica, è abbastanza palese e difficile da mettere in discussione.
Alla complessità dei riferimenti, si unisce una limpidezza e scorrevolezza della narrazione; e il fatto che alla fine tutti i nodi vengano sciolti, senza nulla lasciare al caso, completa il quadro già di per sé alquanto notevole.

Questo è il libro, poi, in cui la figura di Eymerich giunge a completa maturazione. Già nel "Mistero" qualcosa si stava muovendo, ma è qui con la realizzazione di un viaggio nella psyche di Nicolas che si passa a considerare gli aspetti più profondi che successivamente verranno indagati ancora.

E' nella giustapposizione che si verifica nella coscienza dell'Inquisitore, arrivando a riconoscere non solo se stessa, ma diventando consapevole anche dei due opposti di maschile e femminile, pur se con veemente riluttanza, che si gioca buona parte del significato del romanzo.
Una coscienza che, tra l'altro, non è questione da poco, visto che si espande fino a comprendere persino un intero universo, anche se del tutto personale.

Si potrebbe obiettare che in questa sfera, però, è il disequilibrio a dominare, sta di fatto, comunque, che la presa di coscienza non può essere ignorata e, da questo punto in poi, costringerà il protagonista alla ricerca di nuove sintesi o quantomeno di intepretazioni meno "asettiche" e preordinate. Una sorta di messa a punto dell'ortodossia del pensiero eymerichiano, che lo lascerà in ogni caso preda di più di qualche semplice titubanza e turbamento.

L'equilibrio contenutistico dell'opera trova un ulteriore completamento nella magistrale struttura formale, in cui mistery, suspence, puntuale ricostruzione storica, suggestiva descrizione delle ambientazioni e pittorica rappresentazione dei personaggi, completano un grandioso affresco gotico che, nonostante il tributo che Evangelisti riconosce a Dick, splende di luce propria e di un'originalità non comune, in special modo nella produzione letteraria italica.

postato da: cassiel alle ore 13:40 | Permalink | Un commento
categoria:Libri
03/01/2008
"La Luce di Orione" di Valerio Evangelisti
Libri - recensioni

Valerio Evangelisti
"La Luce di Orione" (2007)
ed. Mondadori - Strade Blu
pp. 334 - € 15.50

Con "La Luce di Orione", nono libro della saga di Eymerich, questa si arricchisce di un nuovo capolavoro all'altezza dei migliori capitoli. Ma ciò su cui val la pena soffermarsi è quell'aspetto che in quest'opera seriale va assumendo una connotazione abbastanza marcata e che per chi scrive diventa assolutamente determinante, conquistando di fatto un ruolo prioritario.

A me sembra che la componente di maggior spicco della "Luce di Orione" sia quel particolare contrasto tra mondo femminile e mondo maschile, proprio appunto di tutta l'opera eymerichana e che qui si accentua ulteriormente.

Affermare che tale universo sia un universo prettamente maschilista, è un'ovvietà talmente banale che riesce a cogliere solo con scarsa approssimazione quale sia invece il punto della questione. L'agire dell'Inquisitore e il sistema o i sistemi di valori di riferimento che caratterizzano i suoi luoghi e la sua epoca, possono in effetti, ad una lettura più superficiale, essere anche liquidati con la semplice giustificazione delle opprimenti dinamiche di potere maschili del periodo, egemoni ed incontrastate, a cui la Chiesa Cattolica Romana medievale contribuiva in maniera a dir poco determinante.

Non è mia intenzione negare ciò, è del tutto evidente, e sarebbe sciocco affermare il contrario. Ma l'irrompere dell'elemento femminile sulla scena dei romanzi del ciclo eymerichiano e, in maniera ancora più chiara, in quest'ultimo romanzo, rivendica a questo elemento un'autonomia e un alterità in netta contrapposizione con l'universo maschile, che lascia intendere senza ambiguità, che l'altra metà del cielo, protagonista di questo ciclo letterario, non accetti in nessun modo il ruolo di subalternità assegnatole dalla storia.

Questo conflitto si esplica con un'irriducibilità esistenziale tra le due sfere, cruda e senza mediazioni, con una violenza, non solo immediata e razionalizzabile, ma che trascende anche nella dimensione metafisica, a voler significare con questo ancor più l'aspetto universale e totalizzante del conflitto stesso.
Il Medioevo, allora, non resta solo elemento casuale, ma è il crocevia storico in cui questo conflitto si esaspera e in qualche modo diventa irreversibile.

Le donne eymerichiane sono tutte, e a vari livelli, compromesse con questa lotta, inizialmente sotterranea e clandestina, ma poi sempre più esplicita, convinte e, appunto, irriducibili sacerdotesse di pagana sovversione. E se tra gli attori vi sono anche singole e contingenti alleate figure maschili, queste rientrano in una logica ben diversa, integrate fino in fondo nel loro mondo d'origine: le dinamiche che appartengono loro sono quelle del potere egemone che usano lo strumento della sovversione femminile solo per scopi più "terreni".

Quindi, imperatrici, regine, donne della nobiltà, monache, contadine, commercianti,  popolane, tutte coinvolte in questa lotta senza esclusione di colpi, in cui le seguaci di Diana del primo capitolo della saga continuano, progredendo, la loro inesauribile battaglia contro l'ortodossia del maschio, delineando un mondo "altro" rispetto all'esistente.
Eresia e stregoneria sono solo componenti del femminile, che fa sue tutte quelle pratiche e quei comportamenti che tale potere monocratico non riesce a "comprendere".

Ma lo sguardo e la prospettiuva in queste storie resta maschile. Maschile è quello dell'Inquisitore, in eterna battaglia contro il femminile dentro e fuori di sè, ma con sbandamenti non di poco conto. E maschile è lo sguardo di Valerio Evangelisti, che partecipa al contrario con evidente simpatia alle sorti del femminile, senza però far mai venir meno quel suo sguardo appunto di "parte", che attribuisce al proprio sesso una ideologica e antropologica negativa incompatibilità col mondo di "Diana".

Detto questo, assumono significato ben più preciso non solo le simbologie, disseminate lungo il testo, e nello specifico la dicotomia della coppia Ninive - Nimrod e di quella Nembrotte - Raffaele, ma anche tutto il resto: la "guerra eterna" che attraversa i piani temporali e soprattutto la Costantinopoli bizantina in dissoluzione, tanto simile al nostro mondo.
postato da: cassiel alle ore 08:49 | Permalink | 4 commenti
categoria:Libri
08/11/2007
Segnalazioni
La Casta dei Giornali
di Beppe Lopez

ed. Stampa Alternativa
€10,00

Oggi ho comprato in liberia questo piccolo libro, dall'aria molto preziosa, edito, guarda caso, da Stampa Alternativa per la collana "Eretica".
Ecco l'incipit che sembra promettere molto bene: "Ma quanti italiani sanno che lo Stato finanzia il Corriere della Sera, rimpolpando gli utili degli azionisti della RCS con elargizioni calcolate, per un solo anno, in 23 milioni di euro?
E come commentare il fatto che gli italiani, tutti gli italiani, lavoratori e imprenditori, laici e cattolici, piemontesi e siciliani - oberati, tutti insieme e individualmente, dal più alto debito pubblico dell'Occidente (che nel 2006 ha sfondato il tetto dei 1.600 miliardi di euro) e da interessi sul debito colossali (ogni anno il 6% del PIL) - siano costretti a finanziare, fra gli altri, anche il quotidiano della Confindustria con più di 19 milioni di euro l'anno, il quotidiano della Conferenza Episcopale con più di 10 e il quotidiano della Fiat con 7 milioni di euro?"
Si, credo sia proprio da leggere. Anche su questo tornerò a tempo debito.
Ah, Beppe Lopez fa il giornalista dal 1963. Ha scritto inchieste, note e servizi per le più importanti testate italiane.
postato da: cassiel alle ore 16:56 | Permalink | Un commento
categoria:News
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